Opera
Collage for Forst
Collage for Forst fu un tentativo di far sorgere il Sé-Mondo dallo stato di polpa.
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Nota di programma
Collage for Forst fu un tentativo di far sorgere il Sé-Mondo dallo stato di polpa.
A metà degli anni Novanta non avrei ancora saputo chiamare così questo processo. Sapevo soltanto che cercavo di comprendere non solo la musica, ma anche me stesso. Studiavo intensamente la psicologia analitica di Carl Gustav Jung, mentre costruivo una mia maniera di pensare il suonare il contrabbasso. Lo strumento cessava per me di essere un semplice mezzo esecutivo. Diventava una mappa dell’essere umano.
Tentavo di trasporre la tipologia junghiana delle funzioni psichiche nel suonare il contrabbasso. La mano destra diventava pensiero e intuizione, la sinistra, sentimento e percezione. Non tracciavo questa mappa per gli altri. Ne avevo bisogno per comprendere me stesso.
Questo processo mi conduceva verso l’individuazione. Non la comprendevo come un concetto filosofico, ma come un lavoro quotidiano su me stesso e un incontro con la mia ombra.
Il testo venne prima.
La musica doveva ancora crescere verso di lui.
Le prime parole - «Vestito di corpo...» - non descrivono alcuna persona concreta. Tentano di nominare l’esperienza dell’esistenza. «Vestito» qui non significa soltanto «abbigliato», ma piuttosto «posto in corpo», «incarnato», «chiamato». Fin dall’inizio il testo doveva oltrepassare l’autobiografia. Avrebbe potuto pronunciarlo altrettanto bene un essere umano, un animale, una macchina o un dio. Ciò che mi interessava non era l’esperienza individuale, ma l’esperienza comune.
Per questa ragione anche la mia stessa voce non doveva restare la voce riconoscibile dell’autore. Cercavo un modo di trasformarla perché non parlasse di me, ma portasse il contenuto più puro possibile. Dalla prospettiva di oggi lo chiamerei ricerca del Contenuto Puro, come Witkacy cercava la Forma Pura. Non si trattava di nascondere l’autore, ma di togliere tutto ciò che avrebbe potuto distogliere l’attenzione dal processo stesso della trasformazione interiore.
Lo strato elettronico non era un effetto speciale. Nelle condizioni della metà degli anni Novanta, il nastro mi dava la massima certezza che le sottigliezze elaborate in studio sarebbero arrivate agli ascoltatori in forma immutata, indipendentemente dalle condizioni tecniche delle sale da concerto. Il nastro era per me la garanzia dell’integrità dell’opera.
Oggi comprendo diversamente anche il titolo. Collage non significava per me l’assemblaggio di elementi già pronti. Si trattava di qualcosa di molto più profondo: di un’esperienza in cui immagini, suoni, il mio stesso corpo, la psiche, la memoria e l’identità vengono scomposti quasi fino al livello della loro struttura interna, perché possano essere ricomposti. La parola che per me nomina questo stato nel modo più esatto è: polpa. Non era il fine. Era il punto di partenza. Collage for Forst fu un tentativo di far sorgere il Sé-Mondo da quello stato.
Solo dopo molti anni vidi che allora mi stavo avvicinando intuitivamente a ciò che la tradizione alchemica chiama Nigredo. Nel 1995 non conoscevo ancora questo termine. Conoscevo soltanto la necessità di attraversare quel processo.
L’impulso che diede origine all’opera fu un invito legato al festival Forster-Brücke a Forst, in Germania, preceduto da esperienze anteriori maturate durante i Buckower Begegnungen e da esecuzioni di Siedem Uroków Chorego Anioła nel Brandeburgo. Forst divenne per me più del luogo della prima esecuzione. Vi vedevo un simbolo di incontro e di riconciliazione tra la Polonia e la Germania. Collage for Forst fu un tentativo di offrire a quel luogo tutto ciò di cui allora vivevo: il mio testo, il contrabbasso, l’elettronica, la ricerca psicologica e la fede che l’arte possa diventare uno spazio di esperienza comune.
Dopo più di trent’anni non cambierei più quest’opera. Cambierei soltanto la persona che la scriverebbe oggi.
Per questo la lascio così com’è.
Poema
Qui sotto si trova l’Authorial Literary Edition italiana del poema Collage for Forst. Si fonda sul Testo canonico d’autore polacco, stabilito a partire dal dattiloscritto dell’autore del 1995 e dall’esecuzione autoriale conservata su nastro.
Vestito di corpo, senza ossa e nascente, annodo i nastri delle ore La tela dei fotogrammi fugaci avvolge i piedi Una farfallina nuota con respiro divino Dalle ali guardano dodici pupille Ecco, avanzi con un volto dipinto per scherzo sul retro di una testa rasata Cresci settemila giorni e notti Dall’argilla di questi pensieri attingerò una massa di suono Nella sovralingua onirica Preme in bocca: «Liberazione» Dispongo i miei atomi in «non-io» Alla fine della nascita, in torno al rapimento Inanello cerchi, nastri, maglie-d’ore Qui insufflerò il polso nelle aorte di un mondo nuovo Memoria della memoria - giardino dei miei giochi Nel grembo divino, cieco, libero lunghe dita dal gomitolo di secondi-luce E con la mano traccio il cerchio di terra-cielo Il tempo dell’agonia del mondo del mio gemello si è incurvato Senza fiato, sul valico del ciclo divino Spinto dall’abbrivio attraverso lo spazio - sto in ascolto del polso Rappreso nella svolta, sullo scivolo a spirale Con un occhio vedo la fine, con l’altro il principio
Nota editoriale
L’originale polacco costituisce il Testo canonico d’autore, stabilito a partire dal dattiloscritto dell’autore del 1995 e dall’esecuzione autoriale conservata su nastro. Rimane il testo fonte di questa edizione e di tutte le future Authorial Literary Editions pubblicate nel quadro del Living Archive.